
Ieri sera il primo spettacolo in concorso del XVII Festival “Di scena a Fasano”, con l’apprezzata Compagnia dell’Eclissi di Salerno
FASANO – «Queste sono le mie armi». Non fucili né pistole, ma macchine e obiettivi fotografici. Robert Capa è un fotografo che ha consegnato alla storia alcuni dei momenti più duri del secolo breve, ma cosa succede quando si trova faccia a faccia con chi la guerra la subisce senza averla mai scelta?
È il nodo attorno al quale ruota La Regola dei Terzi, lo spettacolo scritto da Marco De Simone, che nella pièce interpreta anche il fotografo di guerra, e diretto da Marcello Andria. La Compagnia dell’Eclissi di Salerno ha dunque dato il via, nella serata di ieri (17 ottobre), agli spettacoli in concorso della XVII edizione del Festival “Di Scena a Fasano”, organizzato dal GAT Peppino Mancini, tornando a quattro anni di distanza dall’ultima partecipazione, quando la Compagnia portò in scena L’Acquario.
Stavolta, sulle tavole del Teatro Sociale, una performance che catapulta il pubblico indietro di 80 anni, nella notte del 9 luglio 1943, agli albori dell’Operazione Husky, condotta dagli Alleati in Sicilia. Robert Capa, fotografo ungherese naturalizzato statunitense, viene paracadutato sulla Sicilia, dove cade su un albero sul quale rimane per molte ore. A prestargli soccorso, prima dell’arrivo dei suoi compagni, è un contadino dell’entroterra siciliano, magistralmente interpretato da Enzo Tota.
È l’inizio di un incontro improbabile tra due uomini così lontani, destinati però a condividere, per il tempo di una notte, il dolore della Seconda guerra mondiale. Da una parte c’è Capa, il fotografo che ha fatto della testimonianza una ragione di vita; dall’altra c’è il contadino, un uomo legato alla propria terra, memore degli affetti ricevuti e di quei valori che quello «squallido teatrino dell’umanità», che è la guerra, gli ha sottratto.
Capa non è al suo primo scenario di guerra, eppure, in quel confronto, comprende che lui si limita a raccontare una realtà, ma non la vive come chi ci sta dentro senza averla scelta. «Io racconto la realtà, ma tu conosci la verità», afferma, riconoscendo nello sguardo dell’uomo che ha davanti qualcosa che nessuna fotografia può restituire completamente.
«Dove sarebbe il bene in tutto questo macello?» si chiede l’isolano, cercando di trovare una risposta a una tragedia che sembra non avere senso, mentre fuori fischiano le bombe. «La natura se ne fotte», dice: non ha coscienza di quanto accade sui campi di battaglia. Quella terra che sporca le mani del contadino resta lì, indifferente al rumore delle armi e delle ideologie che si affrontano.
Nel dialogo fra i due affiora dunque tutta la fragilità umana: dal ricordo di Gerda Taro, fotografa e compagna di Robert, schiacciata da un carro armato durante la guerra civile spagnola, a quello dei figli del contadino. Proprio quest’ultimo è protagonista della potente riflessione finale: «Ho il terrore di veder strabordare il mio dolore e rimaner lì vigile a sorvegliarlo». Una frase che racchiude l’impotenza di chi teme di essere sommerso dalla propria sofferenza senza poterla fermare, costretto a osservarla restando seduto lungo l’argine, incapace di sottrarsi. È il tormento di chi continua a vivere sopravvivendo, aspettando che tutto scorra inesorabilmente.
Infine, c’è il desiderio che il siciliano esprime a Capa: raggiungere, attraverso quelle immagini, gli americani «distratti da balli e feste», per mostrare loro cosa accade al di là del loro mondo patinato. «Tra i due litiganti il terzo muore», conclude, ricordando come a pagare siano spesso coloro che non hanno scelto lo scontro. È questo che il mondo deve vedere, è questo che il suo volto chiede di raccontare.
Particolarmente attenta è la scelta delle musiche durante lo spettacolo, con un repertorio che attinge a brani di Chopin e Massenet, i quali accompagnano la narrazione, costruita per frame, come se fosse composta da fotogrammi di una pellicola. Le inquadrature sono racchiuse in una scenografia essenziale ma curata, a opera di Francesca Laghezza, con Angela Guerra ai costumi.
La regola dei terzi, che in fotografia suggerisce di collocare i soggetti nei punti di intersezione di una griglia 3×3, dove lo sguardo si concentra, nello spettacolo colloca il contadino al centro dell’immagine: un uomo comune che, per un istante, entra nel campo visivo della storia con la mano tesa a dire: «Io esisto».
Il prossimo appuntamento, secondo in concorso, sarà Così parlo Giosuè di Davide Schio e degli “Artisti Anonimi” di Sossano, che andrà in scena sabato 24 ottobre.
Fotoservizio di Francesco Schiavone.













