
Sul palco, lo spettacolo fuori concorso della compagnia “Teatrando” di Napoli regala al pubblico momenti di riflessione sulla dimensione più intima dei due magistrati
FASANO – «Ma chi glielo fa fare?». «Soltanto lo spirito di servizio». È la risposta che il magistrato Giovanni Falcone diede a Franco Alfano nel corso di una celebre intervista del 1986.
Una risposta d’impatto, dietro la quale si celava un peso difficile da smaltire. Un peso che il pubblico del Teatro Sociale ha condiviso nella serata di ieri, sabato 10 ottobre, in occasione dell’apertura del XVII Festival “Di Scena a Fasano”, la rassegna teatrale curata dal GAT “Peppino Mancini”. Lo spettacolo fuori concorso Dov’eravamo rimasti?, portato in scena dalla compagnia “Teatrando” di Napoli, rimette al centro le due figure più importanti della lotta alla mafia, proponendone una lettura più intima.
Giovanni Falcone (Ciro Scherma) e Paolo Borsellino (Pino Beato) si ritrovano nell’aldilà, a diretto contatto con il pubblico, con la polvere delle stragi di Capaci e di via D’Amelio a ricoprire i loro vestiti, ma senza intaccarne l’onore.
Comincia così un botta e risposta dai toni amari e ironici, che ripercorre quanto accaduto: dai sensi di colpa – «Paolo, non bisognava fidarsi!» – alle speranze di un tempo – «Io questa terra la volevo cambiare, entrare nelle leggi e modificarne le strutture» – fino alle domande rivolte al futuro: «Tu ancora spieghi ai giovani cos’è la mafia?».
Una serie di decisioni che pesano come macigni, in un paese che cerca di discolparsi chiamando i due magistrati per nome e mitizzandoli come eroi, rischiando forse di sminuirne il lato più umano, quello che emerge nel corso dell’intera pièce.
Lo sguardo è rivolto alla giustizia, che da un lato continua ad arrancare – «Se non fossimo mai morti, staremmo ancora giudicando gli omicidi degli anni Sessanta» – e dall’altro sembra non trovare soluzioni di fronte a una Cosa Nostra che «sta sempre là, dove l’abbiamo lasciata».
È un dialogo intenso quello tra i due protagonisti, interrotto solo di rado dalla comparsa di una figura in bianco (Selenia Scognamiglio), che sembra forse rappresentare quella morte che si prende i due uomini mentre servono lo Stato. Uno Stato in cui la connivenza tra politica e mafia non è mai stata nascosta perché «la politica ha bisogno della mafia per mantenere il controllo elettorale» e «A Roma sanno farsi meglio il nodo alla cravatta, qui invece dobbiamo decidere se morire io o lei per prima».
Infine, il rammarico per una vita che avrebbe potuto essere diversa, al di là delle decisioni prese. Il pensiero va a Francesca Morvillo, alle ambizioni a cui avrebbe ancora potuto aspirare e ai nipoti di Paolo Borsellino, che oggi lo vedono come un mito: «Ma io volevo essere solo loro nonno».
Eppure, quei “se” non hanno avuto modo di realizzarsi. La Storia ci ha consegnato due uomini capaci di camminare sulle proprie gambe, mentre tutto intorno sembrava vacillare.
Il prossimo appuntamento, primo in concorso, sarà La regola dei terzi della “Compagnia dell’Eclissi” di Salerno, che andrà in scena sabato 17 ottobre.
Fotoservizio di Francesco Schiavone.












