
Il fasanese ci racconta come viene vissuta la quarantena dall’altro lato del pianeta
SAINT JOHN (ANTIGUA) – Un cittadino del mondo, fasanese doc, che ha deciso di trasferirsi qualche mese fa ai Caraibi per svolgere e perfezionare la sua professione di Food and Beverage Manager. Stiamo parlando di Donato Marzolla, impegnato ora sull’isola di Antigua. «Mi piace definirmi cittadino del mondo – afferma a GoFasano – per due semplici motivi: il primo è che mi piace viaggiare (incondizionatamente) e il secondo è che il mio amato lavoro mi porta in giro per il mondo».
Donato Marzolla è diplomato all’istituto Alberghiero di Fasano ed ha iniziato a lavorare in alcuni hotel della zona per partire poi alla volta della Scozia, spostandosi successivamente tra Abruzzo, Milano Marittima, Lignano Sabbiadoro, Austria, Svizzera, fino alla Costiera Amalfitana, a capo di un team fantastico in un hotel 5 stelle e un ristorante gourmet (due stelle Michelin). A seguire la sua prima esperienza ad Antigua per poi ritornare in Italia nella sua amata Ravello. E ancora Londra, Taiwan e il ritorno in Puglia a Borgo Egnazia per creare da zero un ristorante gourmet. Tra i tantissimi riconoscimenti ricevuti, a livello locale, ci piace ricordare la stella Michelin con il ristorante “Due Camini” di Borgo Egnazia e il titolo di miglior maitre d’Italia per la rivista “Identità Golose”.
Da diversi mesi ti sei trasferito ad Antigua. Non è la prima volta che ti sposti dall’altra parte del mondo rispetto a Fasano: cosa ti porta ogni volta ad andare così lontano?
«Questa è una bella domanda a cui costantemente cerco di dare una risposta. La voglia di imparare e di mettermi in gioco è sempre tanta; so di avere 46 anni, ma è anche vero che ho voglia di confrontarmi con colleghi più preparati di me e di offrire la mia esperienza a persone vogliose e desiderose di apprendere, non prime donne. Non voglio essere polemico, ma in Italia molti credono di essere e di sapere o addirittura di essere arrivati (non solo nel mio settore), ma non è così. Ci sono tanti professionisti e tanti amici da cui posso apprendere tanto, ma è anche vero che in tanti senza esperienza e senza troppi sacrifici credono già di potersi paragonare ai grandi professionisti. Non solo, spostarmi mi fa capire realmente com’è lo straniero a casa sua e non quando viene in Italia. Così ho l’opportunità di vedere e conoscere nuovi posti, nuove mentalità, nuove culture e ovviamente nuovi prodotti intesi come food and beverages. Sono un assatanato di conoscenza e non mi piace essere statico. In ultimo, contratti e condizioni di lavoro esteri sono quasi imparagonabili con la nostra cara Italia».
Ci sono altri connazionali lì con te?
«Sicuramente sull’isola ci sono ancora una trentina di connazionali che vivono qui da tanti anni. Ci sono altri del settore turistico che, come me, si sono trasferiti qui per lavoro, ma ho pochi rapporti con essi. Questa è un’isola felice e sempre più persone, anche italiani, cercano di trasferirsi qui. È anche vero che con questo maledetto virus, tanti sono rientrati o almeno sono rimasti bloccati in Italia».
Così come nel resto del mondo, anche ad Antigua siete in balia del Coronavirus. Com’è la situazione lì da voi? Le attività ristorative e alberghiere sono anche li ferme? Da quando?
«Questo maledetto Coronavirus ha messo in ginocchio tutto il mondo, l’Italia come anche Antigua. Io lavoro per un proprietario caraibico, cresciuto scolasticamente tra Inghilterra e Svizzera e che possiede due Boutique Hotel e che ne aprirà un terzo a dicembre; in più è pronto per rilevare una struttura in Sudamerica in Guyana, ma lì tutto è sospeso. Gli hotels sono chiusi dai primi di aprile, il cantiere è bloccato e la Guyana aspetta impazientemente. In tutta Antigua gli hotels sono chiusi e siamo in quarantena, come anche l’aeroporto internazionale e quindi tutto sembra sospeso in attesa di un miracolo. Abbiamo registrato una trentina di casi su una popolazione di circa 80 mila persone, con un morto. Qui la sanità e le attrezzature non sono al livello di Europa e America, quindi è meglio stare molto attenti. Tutti (quelli che possono) vanno in giro con le mascherine e i supermercati sono aperti dalle 8 alle 12. Dimenticavo: se infrangi la legge prendi una multa di cinquemila dollari o sei mesi di prigione».
Si è fatto tutto nei tempi giusti?
«Devo dire che qui sono stati abbastanza propositivi e attenti, anche se è facile dedurre che se togli il turismo ad un’isola caraibica è la morte della nazione. Comunque, voli bloccati dall’Italia, divieto agli italiani di entrare ad Antigua e quindi anche alle popolazioni di Francia, Germania, America, Canada e Inghilterra. Una volta chiuso con America e Inghilterra, Antigua si è del tutto bloccata: qui si vive di turismo. Il primo caso di Virus è stato portato da un antiguano che vive in Inghilterra e che era tornato per passare il lockdown al caldo, senza pensare a tutte le conseguenze del caso».
Rispetto all’Italia, che differenze ci sono nel mondo turistico alberghiero nell’affrontare il virus?
«Sinceramente, appena si è sparsa la voce del virus arrivato sull’Isola, è stato panico, lo staff non voleva lavorare più e la distanza di razze tra bianchi e neri si è fatta più forte. Il bianco era visto come portatore di virus, una situazione terribile: fortunatamente il mio staff sapeva da quanto tempo io fossi qui e quindi me la sono cavata. A parte questo, l’igienizzante era ad ogni angolo e le distanze dal cliente si facevano sentire: non più dialogo, non più coccole, ma solo un semplice freddo servizio. Alla fine, meglio per tutti aver chiuso. Le differenze? Il problema sarà ripartire, sto sentendo tante corbellerie e tante possibili soluzioni in Italia, ma ho le mie riserve. Un cuoco potrà mai usare la mascherine durante il servizio? Come potrà assaggiare i suoi sughi? Un cameriere come potrà dialogare con un cliente se ha la mascherina e deve essere a dovuta distanza? Un cliente perché andrà al ristorante se dovrà avere del plexiglass tra se e il suo partner? Ed, infine, come potrà sostenere le spese un proprietario? Sembra un disastro annunciato. Tanti amici e colleghi sono spaventati, tanti hanno paura di non trovare lavoro e tanti proprietari sono già certi di non voler riaprire a queste condizioni. Staremo a vedere, ma il tutto mi fa tanta paura. Qui seguiremo l’andamento delle altre nazioni».
Quando pensi tornerete alla normalità?
«Le previsioni non sono ottimistiche, ma penso che per fine giugno potremo cominciare ad aprire, sempre se le cose miglioreranno. I nostri tour operator ci comunicano che per settembre ci manderanno i primi clienti dall’Italia, vedremo».
Hai mai pensato di fare rientro in Italia in questo periodo, se ti fosse stato permesso?
«In tutta sincerità non ho mai pensato di rientrare, tranne che per un semplice e forte motivo: riabbracciare i miei due cuccioletti Francesco e Mattia che mi mancano e ovviamente genitori, fratellone e amici. Per il resto, no assolutamente, sentendo gli amici per come vivono e per come stanno passando la quarantena, mai. Mi ritengo fortunatissimo, vivo sulla spiaggia, ho una casa sul mare situata tra i due alberghi della mia proprietà. La mia mattina è impegnata con dei lavoretti per gli hotels, poi lunch, relax con qualche film e soprattutto mare! Qualche esercizio non fa male e una bella nuotata, questa è la mia giornata tipo, quindi perché tornare? In più in questo momento difficile, il mio boss mi garantisce uno stipendio sicuro».
Quali sono i programmi per il tuo futuro?
«Ho dato la mia parola che per qualche anno sarò qui con il boss, la mia crescita professionale è tanta e lui mi vuole mettere a capo di uno dei suoi alberghi. Altresì, appena prenderemo la struttura in Guyana, mi dovrò spostare lì per fare le sue veci, quindi controllare il tutto. In questi giorni mi sto interessando ad un corso molto importante, ma di questo te ne parlerò a tempo debito. Quindi, i progetti sono tanti, anche se altre offerte dal Messico, Qatar e non solo mi hanno fatto tentennare».
Cosa ti senti di dire ai tuoi ex colleghi italiani e ragazzi che vivono di turismo in questo momento molto difficile per il settore?
«Tutta questa situazione mi fa rabbia, la nostra cara Italia si rende ridicola in certe situazioni e questo mi fa male. Le tasse siamo costretti a pagarle e tante persone non riescono e non riusciranno a sopravvivere. In più, i proprietari d’albergo e di ristoranti non hanno le condizioni giuste per riaprire e sopportare le tante spese. Sento i miei cari amici e colleghi e sono preoccupatissimi, in tanti sono rassegnati a perdere la stagione lavorativa e li capisco. Speriamo in un vero aiuto dal governo e dall’Europa tutta che penso sia dovuta. Non immaginate quanti amici mi hanno già chiesto di aiutarli a trovare lavoro e credetemi mi fa molto male, vorrei aiutare tutti ma non posso. Spero solo che non si crei ancora di più il solco tra il dipendente statale e quello pubblico. Ecco perché decido di andare via dall’Italia: non accetto troppe cose, continuiamo ad essere sfruttati, sottopagati e governati da tante persone incapaci di capire quanto a fondo stia andando la barca. Mai come questa volta ho fatto la scelta giusta per la mia vita. Forse in Italia e nel mondo si ritornerà ad amare e lavorare la terra, ad essere più umili e semplici e ad apprezzare tutto quello che abbiamo oggi, prima del virus non era così. Un forte abbraccio a tutto il mio settore e spero che riparta alla grande, siamo tra i migliori al mondo e anche questa volta dobbiamo dimostrarlo».