
Il messaggio di Don Donato Lioi nel giorno di Ognissanti
FASANO – Riceviamo e pubblichiamo la riflessione di Don Donato Lioi.
«Sei nato per vivere qualche anno, inseguire sogni, accumulare esperienze e poi scomparire nel nulla? Oppure la tua vita è destinata a qualcosa di più grande? Fermati un istante. In un mondo che corre veloce, in cui tutto si consuma in fretta e persino le relazioni sembrano durare quanto una storia sui social, c’è una domanda che facciamo fatica ad affrontare: che cosa resta davvero di me quando tutto passa?
Possiamo avere migliaia di contatti e sentirci soli. Possiamo ricevere tanti “mi piace”, ma desiderare qualcuno che ci voglia bene davvero. Possiamo inseguire il successo e avere paura di fallire, progettare il futuro e temere di perderlo, riempire ogni momento di rumore per non ascoltare le domande che abitano il cuore.
Poi arriva la morte: quella di qualcuno che amiamo, il ricordo di una voce che non sentiremo più, una sedia vuota che ci fa capire quanto una persona fosse importante. E, improvvisamente, le domande diventano più profonde: perché siamo qui? Che senso ha amare, se un giorno dovremo separarci? È davvero tutto destinato a finire con la morte?
È proprio qui che la Festa di Tutti i Santi e la Commemorazione dei fedeli defunti smettono di essere semplici ricorrenze sul calendario e diventano un messaggio attualissimo per l’uomo del terzo millennio.
Non ci invitano soltanto a guardare il cielo o a ricordare chi non c’è più. Ci provocano, ci scuotono e ci chiedono di guardare in faccia la nostra vita. Perché la questione non è soltanto come moriremo, ma come stiamo vivendo. E non riguarda soltanto ciò che resterà di noi, ma anche quanto amore avremo saputo donare prima di andarcene.
I santi ci ricordano che la santità non è una vita perfetta, ma una vita che ha imparato ad amare.
Nel terzo millennio, tra tecnologia, intelligenza artificiale e una società che corre sempre più velocemente, queste ricorrenze ci invitano a fermarci e a riscoprire le domande essenziali dell’esistenza.
Che cosa pensano oggi i giovani dei santi? Li considerano figure lontane, appartenenti al passato, oppure testimoni credibili di un modo diverso di vivere? Che significato hanno per loro la morte, l’eternità, l’inferno e il paradiso? E come cambia il rapporto con i defunti in una società che trasforma persino il modo di ricordare, celebrare la memoria e custodire il corpo, tra cremazione, cimiteri tradizionali e nuove forme di commemorazione?
Mentre l’intelligenza artificiale apre possibilità inedite e sembra sfidare i confini dell’umano, emerge una domanda ancora più profonda: che cosa rende unica la persona? Che cosa resta di noi? Quale futuro attende l’uomo?
Una Chiesa in uscita è chiamata a entrare in queste domande senza paura, ad ascoltare i giovani, a confrontarsi con il mondo digitale e a testimoniare che la fede non offre risposte fuori dal tempo, ma una speranza capace di abitare il presente e illuminare il futuro.
Parlare dei santi e dei defunti, infatti, non significa soltanto guardare al cielo o voltarsi indietro. Significa interrogarsi sul mondo in cui viviamo, sulle relazioni che costruiamo, sul bene che scegliamo di compiere e sulle persone per le quali vale la pena impegnarsi.
Se non siamo nati per scomparire, allora siamo chiamati a vivere per qualcosa che va oltre noi stessi. La santità, la memoria dei nostri defunti e la speranza della vita eterna possono ancora parlare alle nuove generazioni? E noi adulti, educatori e membri delle comunità cristiane, siamo pronti ad ascoltare le loro domande e a camminare con loro?
È da queste domande che può nascere un dialogo nuovo tra fede e contemporaneità, tra tradizione e innovazione, tra la fragilità della vita e il desiderio di eternità.
Cari giovani, guardate oltre. Non siete fatti per scomparire, ma per vivere in eterno con Dio.
Vi aspetto!»



