
La lettera aperta di Don Donato in merito agli scontri dell’ultimo fine settimana
FASANO – Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Don Donato Lioi.
“Ieri sera, davanti alla televisione, ho visto immagini che mi hanno profondamente turbato. Giovani, anche minorenni, e adulti che, nel corso di una manifestazione, hanno devastato strade e quartieri, sfondato vetrine, saccheggiato negozi e affrontato le forze dell’ordine.
Sono un sacerdote di ottant’anni. Ero seduto in poltrona, davanti a quelle immagini, e dentro di me si affollavano domande alle quali non è facile dare una risposta.
Possibile che siamo arrivati a tanto?
Possibile che manifestare il proprio dissenso significhi distruggere, rubare, aggredire?
Possibile che il diritto di esprimere le proprie idee venga confuso con quello di calpestare i diritti degli altri?
La libertà è un bene prezioso, ma non può diventare una giustificazione per la violenza. Manifestare è un diritto; distruggere i beni altrui e mettere in pericolo le persone è un’altra cosa.
Ho pensato ai commercianti che vedono andare in frantumi, insieme alle vetrine, anche il frutto di anni di lavoro e sacrifici. Ho pensato ai cittadini che hanno paura e agli uomini e alle donne delle forze dell’ordine, chiamati a intervenire in situazioni difficili e pericolose. Dietro ogni divisa c’è una persona, spesso un padre o una madre, qualcuno che ha una famiglia e che, come tutti, desidera tornare a casa sano e salvo.
E allora mi sono chiesto: che cosa sta accadendo alla nostra società? Dove stiamo sbagliando? E soprattutto, io che cosa posso fare? Devo soltanto guardare?
A ottant’anni non ho più le energie di un tempo, ma sento di non poter rinunciare a pormi delle domande e a rivolgerle agli altri.
Non credo che basti cercare un colpevole nella politica, né penso che si possa condannare un’intera generazione per le azioni di alcuni. I giovani non sono tutti uguali. Molti di loro si impegnano ogni giorno con serietà, generosità e rispetto.
Dobbiamo interrogarci sul ruolo della famiglia, della scuola, delle istituzioni e di tutte le comunità educative. Dobbiamo chiederci se siamo ancora capaci di trasmettere il rispetto per gli altri, il senso del limite, la responsabilità delle proprie azioni e la consapevolezza che ogni diritto porta con sé dei doveri.
Non è soltanto una questione politica. È una questione che riguarda la coscienza di ciascuno di noi e il futuro della nostra convivenza civile.
Non si educa soltanto con le parole, ma soprattutto con l’esempio. Non si costruisce una società migliore alimentando l’odio, ma neppure facendo finta di non vedere ciò che non va. Occorrono responsabilità e fermezza nel contrastare la violenza, insieme alla capacità di ascoltare il disagio e di cercarne le cause.
E noi adulti?
Noi che abbiamo vissuto tanti anni, che cosa stiamo lasciando alle nuove generazioni? Quali esempi offriamo? Quali valori siamo ancora capaci di testimoniare?
Come sacerdote, sento che il mio compito non è soltanto quello di denunciare il male, ma anche di cercare la strada del bene.
Posso ancora parlare. Posso ascoltare. Posso ricordare che dietro ogni problema sociale ci sono persone, storie, sofferenze e speranze.
Posso ancora pregare. Non per fuggire dalla realtà, ma per trovare la forza di affrontarla con lucidità, coraggio e fiducia.
Per questo rivolgo un appello ai giovani, alle famiglie, agli educatori, alle istituzioni e a tutti coloro che hanno a cuore il futuro del nostro Paese.
Non abituiamoci alla violenza.
Ritroviamo il coraggio di dialogare, di educare, di testimoniare il rispetto e di ricostruire quei legami umani senza i quali nessuna società può vivere serenamente.
Non è troppo tardi per ricominciare.
Concludo con la domanda che ieri sera, seduto in poltrona, continuava a tornarmi alla mente: ‘Io che cosa posso fare? Devo soltanto guardare?’.
No. Credo che, finché abbiamo una voce, una coscienza e un cuore capace di preoccuparsi per gli altri, non abbiamo il diritto di arrenderci all’indifferenza.
Anche a ottant’anni, un sacerdote, come tanti altri anziani, può ancora tenere accesa una luce. E oggi, più che mai, credo che abbiamo bisogno di luci capaci di indicare la strada”.



