
La rubrica del dott. Pierluigi Demola, specialista in cardiologia e interventistica cardiovascolare.
FASANO – Sono il dott. Pierluigi Demola, Medico Cardiologo, e ogni giorno mi occupo di pazienti con patologie cardiache acute e croniche.
In questa rubrica ho l’obiettivo di parlare del mio lavoro, parlo di cuore in modo chiaro e concreto, portando nella vostra vita quotidiana concetti che spesso restano confinati negli ambulatori, nei congressi, o solo nella testa dei Cardiologi.
Perché capire davvero una malattia, come dico ai miei pazienti, è il primo passo per curarla.
Quando la pressione arteriosa diventa difficile da controllare?
L’ipertensione arteriosa è estremamente diffusa e, nella maggior parte dei casi, può essere controllata con farmaci e modifiche dello stile di vita. Tuttavia, esiste una quota non trascurabile di pazienti in cui questo equilibrio non si raggiunge, diventa difficile e spesso impossibile pienamente. Ci si accontenta, ma questo è sbagliato, e pone e a rischio di ictus e malattie cardiovascolari serie.
Si parla di ipertensione resistente quando, nonostante una terapia ben impostata con più farmaci, i valori pressori restano elevati. Ancora più complessa è la forma refrattaria, più rara, in cui la pressione sfugge al controllo anche con strategie terapeutiche avanzate e terapia diuretica.
Non si tratta di casi eccezionali. Circa un paziente iperteso su dieci, pensate, rientra nella categoria della resistenza terapeutica. Sono pazienti che vivono spesso una frustrazione crescente: assumono correttamente i farmaci, mangiano sano, si muovono sufficientemente, ma la pressione continua a rimanere alta.
Ed è proprio in questi casi che il rischio cardiovascolare aumenta in modo significativo.
Il ruolo del sistema nervoso: un “acceleratore” nascosto
Per capire perché accade, bisogna spostare lo sguardo oltre i numeri del misuratore di pressione.
I reni, infatti, giocano un ruolo centrale nella regolazione della pressione arteriosa. Non sono semplicemente dei filtri, ma veri e propri organi regolatori, strettamente collegati al sistema nervoso “simpatico”. Quando questo sistema è iperattivo, agisce come un acceleratore sempre premuto: immaginate di avere un mattone poggiato sul pedale della vostra auto, e l’auto accelera e accelera sempre di più, continuamente. Questo sistema nervoso simpatico continuamente iperattivo stimola la vasocostrizione, favorisce la ritenzione di sodio e acqua e attiva meccanismi ormonali che mantengono elevata la pressione.
In alcuni pazienti, questo circuito resta “acceso” nonostante la terapia farmacologica. È qui che nasce l’idea della denervazionerenale o RDN (Renal Denervation)
Cos’è la Denervazione Renale (RDN)
La denervazione renale è un intervento mini-invasivo, unaprocedura interventistica eseguita solo da alcuni Cardiologi Interventisti, che agisce direttamente su questo meccanismo sregolato.
Attraverso un accesso percutaneo dall’inguine, senza necessità di anestesia generale, si raggiungono le arterie renali con un piccolissimo catetere. A questo punto viene erogata energia – solitamente radiofrequenza o ultrasuoni – sulla parete dell’arteria, con l’obiettivo di interrompere le fibre nervose simpatiche che decorrono lungo il vaso.
Non si tratta quindi di “aprire” un’arteria o inserire uno stent, ma di modulare un segnale nervoso. In altre parole, si riduce l’attività di quell’acceleratore che contribuisce a mantenere la pressione elevata, si rimuove quel “mattone” poggiato sul pedale.
La procedura è generalmente ben tollerata, dura in media meno di un’ora e non richiede anestesia generale o intubazione orotracheale.

A chi può essere utile
La denervazione renale non è una soluzione universale e non sostituisce i farmaci. È una possibilità che viene presa in considerazione in pazienti selezionati, dopo un percorso diagnostico accurato.
È fondamentale, prima di tutto, essere certi che si tratti davvero di ipertensione resistente. Questo significa escludere errori di misurazione, scarsa aderenza alla terapia o cause secondarie correggibili. Solo dopo questa fase si può valutare un approccio interventistico.
Nei pazienti giusti, però, può rappresentare un’opzione concreta, soprattutto quando la terapia farmacologica non è sufficiente o non è ben tollerata.
Cosa ci dicono gli studi scientifici
Negli ultimi anni, la Denervazione Renale è tornata al centro dell’attenzione grazie a studi clinici più rigorosi e attenti rispetto al passato. Solo per completezza cito gli studi come SPYRAL HTN e RADIANCE che hanno dimostrato che la denervazionerenale è utile nel ridurre in modo significativo i valori pressori, sia nelle misurazioni ambulatoriali sia nel monitoraggio delle 24 ore.
Un altro aspetto importante è la stabilità dell’effetto: i benefici tendono a mantenersi nel tempo, suggerendo che non si tratti di un intervento temporaneo, ma di una modulazione duratura del sistema nervoso.
La denervazione renale rappresenta oggi un esempio concreto di come la cardiologia stia evolvendo: non solo farmaci, ma strategie integrate che combinano fisiopatologia, tecnologia e selezione accurata del paziente.
In conclusione
L’ipertensione resistente e refrattaria è una condizione più frequente di quanto si pensi e comporta un rischio elevato se non adeguatamente trattata.
Accanto alle terapie tradizionali, oggi esiste una nuova possibilità. La Denervazione Renale non è per tutti, ma per alcuni pazienti può essere fondamentale. Cambia la vita.
Il punto centrale resta sempre lo stesso: personalizzare la cura. Perché dietro ogni valore pressorio c’è una storia diversa, e ogni storia merita la strategia più adatta.
1. European Society of Cardiology – Linee guida sull’ipertensione arteriosa
2. American Heart Association – Statement su ipertensione resistente
3. Bhatt DL et al. SPYRAL HTN Trials
4. Azizi M et al. RADIANCE-HTN Trials
5. Kandzari DE et al. Evidenze cliniche sulla denervazionerenale



