
La riflessione di don Donato Lioi sulla violenza tra i giovani e sulla necessità di ritrovare ascolto
FASANO – Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Don Donato Lioi.
“La scuola dovrebbe essere il luogo in cui ragazze e ragazzi imparano, crescono e costruiscono il proprio futuro. Eppure, sempre più spesso, tra i banchi emergono episodi di bullismo, aggressioni e, in alcuni casi, anche la presenza di coltelli.
La violenza nelle scuole è una realtà che non può essere ignorata. Secondo i dati forniti dal Ministero dell’Istruzione e del Merito, negli ultimi tre anni scolastici si sono verificati 123 episodi di violenza, che hanno coinvolto principalmente i docenti.
Un fenomeno che pone interrogativi non soltanto sulla sicurezza degli istituti, ma anche sulla capacità della comunità educante di intercettare il disagio prima che si trasformi in aggressività.
Negli ultimi anni la scuola italiana sembra essere chiamata sempre più spesso a gestire situazioni che vanno oltre la dimensione strettamente didattica. Gli insegnanti, oltre a formare le nuove generazioni, si trovano talvolta a dover affrontare episodi di violenza e aggressioni da parte di studenti e genitori. Una situazione che rischia di indebolire il ruolo educativo della scuola e il rispetto dovuto alla figura dell’insegnante.
Ma quanto spesso accade? E, soprattutto, cosa si può fare per invertire questa tendenza?
Viviamo in una società proiettata verso il futuro. Tecnologia, social network e intelligenza artificiale fanno ormai parte della quotidianità dei ragazzi. Mentre corriamo verso ciò che verrà, però, rischiamo di perdere di vista il presente e alcune delle sue necessità più elementari: il rispetto, l’ascolto, la relazione e la sicurezza.
Il bullismo è una delle forme più evidenti di questo disagio. Insulti, minacce, esclusioni e umiliazioni possono lasciare ferite profonde, soprattutto quando continuano anche online, attraverso messaggi, fotografie o contenuti condivisi sui social.
Ancora più preoccupante è il fenomeno degli studenti che portano a scuola coltelli. In alcuni casi può trattarsi del tentativo di sentirsi più forti o di difendersi. Ma dietro questi comportamenti possono esserci anche paura, rabbia, solitudine e difficoltà che non sempre riescono a trovare una parola.
Ed è proprio qui che il ruolo degli adulti diventa fondamentale.
Gli insegnanti devono poter riconoscere i segnali di disagio, intervenire tempestivamente e contribuire a costruire un ambiente nel quale nessuno si senta lasciato solo. Anche i compagni possono avere un ruolo importante: condividere esperienze, sostenersi e imparare a vivere insieme il presente può rendere meno pesante anche l’incertezza del futuro.
Una scuola che vuole guardare al futuro non può permettersi di perdere di vista il presente.
Può parlare di intelligenza artificiale, di nuove professioni e di competenze digitali, ma deve contemporaneamente insegnare il valore di una parola rispettosa, di una mano tesa, della capacità di fermarsi prima di ferire.
Perché il futuro non si costruisce soltanto sui banchi di scuola. Si costruisce anche nel modo in cui impariamo a stare insieme.
La domanda, allora, non riguarda soltanto i giovani e il perché di un coltello a scuola. Riguarda tutti noi.
Che cosa stiamo insegnando attraverso le nostre parole, i nostri silenzi e il nostro esempio?
Ai ragazzi chiediamo di non essere violenti, ma siamo capaci di ascoltarli prima di giudicarli? Ai genitori chiediamo presenza, agli insegnanti autorevolezza, ai formatori responsabilità e alla Chiesa una parola di speranza. Ma siamo davvero disposti a collaborare, senza delegare ad altri ciò che spetta a ciascuno di noi?
Ogni ragazzo ha bisogno di regole, ma anche di adulti credibili; di correzioni, ma anche di fiducia; di una comunità capace di dire «no» alla violenza e, nello stesso tempo, «sì» alla persona.
La prevenzione comincia quando smettiamo di considerare questi episodi come problemi degli altri e riconosciamo che ogni gesto di indifferenza può lasciare qualcuno ancora più solo.
La scuola può diventare il luogo nel quale questa responsabilità condivisa prende forma. Ma perché ciò accada, giovani e adulti devono scegliere ogni giorno da che parte stare: dalla parte del silenzio o del dialogo, dell’esclusione o dell’accoglienza, della paura o della cura.
La vera domanda è se avremo il coraggio di cominciare oggi. Adesso.
Una scuola che non sa proteggere i propri insegnanti rischia di perdere anche parte della propria capacità educativa. Per questo serve un cambio di passo: dalla gestione dell’emergenza alla prevenzione, dalla semplice reazione agli episodi alla costruzione di una comunità educante capace di riconoscere e affrontare il disagio.
La scuola deve tornare a essere, prima di tutto, uno spazio di crescita, di confronto civile e di tutela della dignità di chi la vive e di chi vi lavora.
E allora, forse, i coltelli potranno davvero rimanere in cucina.
Don Donato Lioi“



