
Un processo nato da decine di denunce di clienti che ordinavano e pagavano la merce online, senza riceverla
FASANO – Si è concluso il 15 settembre 2026, davanti al Tribunale di Brindisi (Giudice dott. Leonardo Convertini), il maxi-processo nato dalle denunce di decine di clienti che, tra la fine del 2019 e i primi mesi del 2020, avevano acquistato online mobili e complementi d’arredo senza, secondo l’accusa, ricevere la merce nonostante avessero già pagato.
Sul banco degli imputati due fasanesi, rispettivamente amministratore dell’azienda e suo genero.
Gli acquisti venivano effettuati attraverso diversi siti internet: i clienti sceglievano i prodotti, effettuavano il pagamento e attendevano la consegna. Quando la merce non arrivava, iniziavano telefonate, email, richieste di rimborso e spiegazioni. Molti di loro, alla fine, si sono rivolti alle autorità.
Da qui è partita la vicenda giudiziaria, sfociata nel processo iniziato nel 5 anni fa. Da Milano a Palermo, da Udine a Messina, da Verona a Cosenza, passando per Bologna, Genova, Napoli, Reggio Emilia: in questi sono state interrogate decine di testimoni provenienti da tutt’Italia, acquisite centinaia di pagine di documentazione bancaria, email, messaggi e materiale informatico.
Un lavoro imponente, che ha permesso al Giudice di distinguere nettamente le posizioni dei due imputati: quella dell’amministratore, assolto per non aver commesso il fatto, stante la mancanza di prove su una partecipazione consapevole alle condotte fraudolente; quella di suo genero, ritenuto l’effettivo gestore delle vendite online, dei rapporti con la clientela e delle comunicazioni commerciali, e condannato perché riconosciuto responsabile delle truffe commesse in danno degli acquirenti.
Il Tribunale ha infatti ritenuto insufficiente la prospettazione secondo cui un soggetto, per il solo fatto di essere amministratore, “non poteva non sapere”: per il giudice, tale qualifica, da sola, non può quindi tradursi in responsabilità penale, ma occorre dimostrare la partecipazione personale al reato.
«Siamo soddisfatti perché la valutazione sulla vicenda è stata compiuta non sul pregiudizio che spesso accompagna l’esito delle indagini ma sul quadro probatorio emerso nel dibattimento – commenta l’avvocato penalista Mauro Blonda, difensore dell’amministratore assolto dalle accuse -, come sempre dovrebbe essere. Un quadro che ha contribuito a consentire al Tribunale di comprendere e riconoscere l’estraneità del mio assistito dalla vicenda delittuosa, confermando che la responsabilità penale deve essere personale e concretamente provata e non può essere ricavata dalla sola posizione formale ricoperta da un soggetto all’interno di una società».



