
Un’intervista alla professoressa di lettere Nicoletta De Caro, ci racconta i nuovi metodi di insegnamento
FASANO – In un periodo in cui ci si sente sommersi da un’onda di pessimismo, la professoressa Nicoletta De Caro, attraverso riferimenti classici e impasti tipici, ci presenta i lati positivi di questo post-Covid.
Come hai passato il periodo della quarantena?
Devo ammettere che non ho avuto modo di annoiarmi. La mia professione di insegnante è proseguita, sia pure con modalità differenti, come quella della Didattica a distanza, e ha richiesto molta capacità di adattamento e grande impegno per fare sentire gli studenti sempre vicini alla scuola. Mi sono anche impegnata, con la complicità dei miei figli, nella preparazione di dolci, taralli, panzerotti e molto altro. Abbiamo utilizzato quantità industriali di farina e lievito durante questa nostra nuova vita da chef. Questa quarantena mi ha dato la possibilità di dedicare più tempo alle persone care, attraverso telefonate, videochiamate o anche semplici messaggi. È stata anche l’occasione perfetta per poter leggere quei libri che da tempo “attendevano” sul mio comodino e di ascoltare tanta bella musica, di quella che fa bene al cuore.
Cos’è cambiato attualmente, secondo te, rispetto al periodo pre-Covid?
Si è recuperata una dimensione più intima e “umana”. Il forzato rallentamento della quotidianità, insieme all’impossibilità di uscire di casa ad libitum, ci ha portati a riflettere su aspetti della vita che di solito diamo per scontati. Abbiamo sperimentato l’importanza della libertà individuale, abbiamo riacquisito un senso di profonda appartenenza alla nostra bella Italia, che si riscopre solitamente in occasione dei mondiali di calcio. Abbiamo anche capito quanto possa essere importante un sacrificio collettivo se finalizzato a un bene comune.
Di contro, però, volgendo l’attenzione alle conseguenze economiche determinate dal periodo del lockdown, il quadro che ne emerge non risulta cos’ idilliaco. Posti di lavoro sono andati persi, il numero delle famiglie indigenti è aumentato e molti medi e piccoli imprenditori si trovano in grave difficoltà.
Quali sono le tue speranze future?
La mia prima speranza è che questa pandemia possa avere una fine. Mio grande auspicio è che la scuola possa tornare quel luogo di cultura, di formazione, di crescita e di socializzazione che è sempre stato.
Inoltre, coltivo la speranza che ciascuno possa far tesoro delle consapevolezze acquisite durante il periodo del lockdown. Mi riferisco all’importanza del senso di responsabilità e del rispetto delle regole, del senso del bene comune, del senso di appartenenza a una nazione come l’Italia che è sempre stata un faro di civiltà e di humanitas. Altra mia grande speranza è anche quella che il nostro Paese possa riemergere da questa crisi economica, come una fenice che riemerge dalle sue stesse ceneri, dando a tutti i cittadini la possibilità di vivere in maniera dignitosa.
E le tue paure?
Sono certa che la battaglia contro il Covid-19 sarà prima o poi vinta. Ciò che forse mi spaventa di più è l’incertezza dello scenario economico-sociale che potrebbe sfociare in future gravi tensioni. Il fatto che, in molti casi, la pandemia sia diventata, per alcuni scellerati, una fonte di arricchimento e per altri un vero e proprio strumento di governo mi lascia alquanto perplessa. Inoltre, mi spaventa l’aumento dell’indice di povertà e la disuguaglianza sociale che va man mano aumentando. Mi spaventa, e non poco, l’idea che lo smart-working possa diventare di fatti la modalità di lavoro consolidata per diverse realtà lavorative. Il mio augurio, però, è che siano paure passeggere.