
Il giornalista milanese, ospite del Presidio del libro locale, ha presentato il suo ultimo lavoro dal titolo “La mattina dopo”
FASANO – «Ho scritto un libro dedicato alla resilienza, raccontando le storie di persone che provano a rialzarsi e a riprendere il proprio cammino. Non importa dove arriveranno». Mario Calabresi, ex direttore della Stampa e de la Repubblica ha presentato ieri (2 dicembre) a Fasano il suo ultimo libro pubblicato da Mondadori dal titolo “La mattina dopo”. Ad introdurre l’incontro, organizzato dal Presidio del Libro locale, è stata la referente Annamaria Toma, mentre il compito di dialogare con il giornalista milanese è stato affidato a Marco Mancini, che ha definito il Calabresi protagonista del libro «l’inviato speciale di se stesso».
Calabresi ha regalato al pubblico frammenti di vita personale e di aneddoti accumulati in tanti anni di giornalismo. A cominciare dai ricordi nostalgici e dolorosi della perdita di suo padre Luigi, il commissario trucidato nel 1972 da alcuni componenti di Lotta Continua. La sua personale mattina dopo – ha ammesso – «è stata quella di cercare di dare meno fastidio possibile, data la situazione familiare già drammatica». Una presa di coscienza su ciò che gli era capitato avvenuta all’età di dieci anni, diventata poi una sorta di ossessione durante gli anni liceali quando ha sviscerato ogni sorta di informazione per capire e ricostruire gli accadimenti che hanno preceduto e di fatto portato all’omicidio di suo padre. Allo stesso tempo la mattina dopo il suo licenziamento da direttore de la Repubblica («che non è la cosa più drammatica del mondo: ho imparato già a due anni i valori della vita», ha dichiarato), arrivato senza apparenti giustificazioni, è stata quella di colmare il vuoto con tutte le storie che hanno riempito le pagine del suo ultimo libro. Il giornalista quindi ha ricordato la sua permanenza a New York dopo l’abbattimento delle Torri Gemelle, alla ricerca di ogni piccola storia che ruotasse intorno alla voragine di Ground Zero, le vere conseguenze che quell’evento ha creato la mattina dopo nelle molteplici vite ordinarie dei sopravvissuti. Conseguenze, secondo Calabresi, non paragonabili a quelle create dalla crisi globale del 2008. Poi ha ricordato le sue esperienze di cronista parlamentare e di come oggi «bisognerebbe bucare i social ai politici così come una volta si bucavano i palloni ai ragazzi che giocavano per strada». E a tal proposito Calabresi ha suggerito come il giornalismo debba occuparsi più delle azioni che non delle dichiarazioni dei politici, evitando la trappola della propaganda. Ai giovani che invece vogliano affacciarsi alla professione giornalistica, ha consigliato «di diventare dei veri e propri professionisti dei nuovi strumenti di comunicazione (digitali, video, audio e social), riempendoli di contenuti seri».