
Al Parco Archeologico di Egnazia, Diodato infiamma la nuova tappa fasanese del Locus festival
Fasano – La musica di Diodato la si può ascoltare anche ad occhi chiusi, lasciando un sospiro alla notte che va. Valeva la pena tenerli bene aperti ieri sera (domenica 8 agosto) perché assorbissero ogni frammento del travolgente live dell’artista dalle origini tarantine.
Antonio Diodato non è nuovo al nostro territorio e questa volta vi ha fatto ritorno, al Parco Archeologico di Egnazia, per la tappa fasanese del Locus Festival inserita in Wow! Fasano, il ricco cartellone estivo approntato dall’Amministrazione comunale.
Ad accompagnarlo la strepitosa band/orchestra composta da Rodrigo D’Erasmo (violino), Andrea Bianchi (chitarre), Alessandro Commisso (batteria), Gabriele Lazzarotti (basso), Lorenzo Di Blasi (tastiere), Beppe Scardino (sax baritono e fiati) e Stefano “Piri” Colosimo (tromba e ottoni).
Come nel brano che dà il nome al suo ultimo album, Diodato canta una vita meravigliosa, dolorosa, seducente e miracolosa. Per farlo mette a punto una scaletta ricchissima, riempiendo palco e platea per oltre due ore partendo dalla trascinante sestina “Di questa felicità”, “Un’altra estate”, “Ubriaco”, “Mi fai morire”, “E non so neanche tu chi sei” e “Mi si scioglie la bocca”. Una breve pausa serve a toccare corde più intime, quelle di “Solo” e di “La luce di questa stanza” prima di tornare a incalzare con “Ma che vuoi”, la storica “Babilonia”, “Adesso”, “La lascio a voi questa domenica” e l’ultimo singolo “L’uomo dietro il campione”. Quindi i successi di “Fino a farci scomparire” e “Quello che mi manca di te” hanno anticipato una esecuzione da solista, con pianoforte, su “Cosa siamo diventati”. “Gli alberi” sono stati cerniera perfetta, introducendo di nuovo gli strumenti per l’esplosione finale del concerto con la canzone vincitrice di Sanremo “Fai rumore” prima della chiusura con “Essere semplice”, “Non ti amo più” e “Che vita meravigliosa”. Sold out e standing ovation meritati: l’abbraccio dovuto al cantautore – al fratello – che torna a casa e si lascia andare, riappropriandosi di spazi e giochi eternamente suoi.
Di Diodato colpiscono l’anima antica, la cura con cui cuce le parole alle note, e la potente fanciullezza intrisa di gioia pura e assoluta con cui si concede al pubblico. La simbiosi è totale mentre consuma il palcoscenico e balla sui singoli e brani tratti dai suoi lavori. Nel mentre, gli omaggi a Faber con quella poesia su pentagramma, splendidamente arrangiata, che è “Amore che vieni, amore che vai” e l’altrettanto bella “Se non avessi te” di Lucio Dalla.
La musica, ancora una volta, si fa salvifica.
Arriva Diodato, arriva un’altra estate. Ormai chi ci credeva più.
Fotoservizio a cura di Mario Rosato