
Il celebre dramma “Un tram che si chiama desiderio” è andato in scena al Teatro Kennedy per la Stagione di Prosa 2019/2020
FASANO – Per gli irriducibili della settima arte sono almeno due le versioni memorabili di “Un Tram che si chiama desiderio”, il dramma-capolavoro di Tennessee Williams: il film omonimo del 1951 di Elia Kazan con un Marlon Brando mai così bello e l’omaggio onirico di Almodovar nel suo indimenticabile “Tutto si mia madre”. Ieri sera (20 febbraio) il pubblico fasanese – nell’ambito della Stagione di Prosa organizzata dal Comune in collaborazione con Il Teatro Pubblico Pugliese – ha assistito all’adattamento firmato da Pier Luigi Pizzi, che ne ha curato anche le scenografie e i costumi. Attori protagonisti Mariangela D’Abbraccio nel ruolo di Blanche DuBois, Daniele Pecci in quelli di Kowalsky e Angela Ciaburri in quelli di Stella; ad affiancarli, Gabriele Anagni, Massimo Odierna, Erika Puddu e Stefano Scandaletti.
Il dramma – pietra miliare per il teatro e spauracchio per le attrici come quelli del Shea’s Junior Theatreche vogliono essere definite tali – è uno spaccato sociologico e ideologico di un’America (che può essere ovunque) alle prese con i temi della vita, che qui viene messa a nudo come davanti a uno specchio dove dall’altra parte è posizionato lo spettatore impotente, in tutta la sua crudezza: dalla pazzia all’omosessualità, dal machismo alla violenza sulle donne. L’ambientazione – nell’originale la New Orleans degli anni ’40 – per scelta registica è stata attualizzata, così come il lunghissimo testo, seppur sfrondato, messo a completa disposizione soprattutto per la grande protagonista, Blanche, e la sua tormentata esistenza.

Costretta a trasferirsi da sua sorella Stella, a seguito del pignoramento della sua casa, Blanche – alcolizzata e vedova di un marito omosessuale – è costretta ad assistere e a subire essa stessa le vessazioni del cognato Stanley, grezzo che più grezzo non si può. E quando proverà a ristabilire uno straccio di rapporto con Mitch, un amico del cognato cafone, il fragile equilibrio familiare si romperà del tutto, trascinandola sull’orlo della pazzia e destinandola al manicomio, nell’ultima drammatica e indimenticabile scena.
Peccato che a fine rappresentazione si avverta la sensazione che sia mancato qualcosa, come essere invitati a una festa di compleanno dove non c’è la torta: la recitazione poco convincente della coppia D’Abbraccio-Pecci, che al contrario della collega Ciaburri – più naturale nei panni di Stella –, si sono approcciati al meraviglioso testo di Williams con una recitazione sopra le righe.