
Ieri il nuovo saggio del TeatrOfficina con gli attori del Gruppo Over
FASANO – Risate, ritrovi e racconti sono fra i metodi più antichi per esorcizzare paure e momenti di tensione. Lo sanno bene i dieci protagonisti del “Decameron“, l’opera più famosa di Giovanni Boccaccio, andata in scena ieri (25 giugno), in una versione moderna e rivisitata, al Teatro Sociale di Fasano, nell’adattamento di Teresa Cecere e David Marzi.
Protagonisti del terzo saggio della Rassegna TeatrOfficina, organizzata da SenzaConfine Teatro, gli attori del Gruppo Over: Gabriele Amodio, Giulia Zizzi, Massimo Epicoco, Stefania Dalia, Marica Miccoli, Antonio Lorusso, Antonella Laera, Pasqua Laghezza, Francesco Lazazzara e Antonella Fasano.
Siamo nella Firenze della metà del XIV secolo. Mentre in città la peste decima buona parte della popolazione, un gruppo di giovani amici si rifugia in una villa di campagna per scampare all’epidemia. Ogni giorno, a turno, uno di loro assume il ruolo di “re” o “regina” per decidere il tema delle novelle da raccontare, ognuna ispirata ad un tema ben preciso. Da qui parte la storia che dalle tavole del Sociale scatena le risate del pubblico.
Si comincia dalla famosa e tragica novella di Lisabetta da Messina, che racconta un amore sì corrisposto, ma che non finirà nel migliore dei modi, fra la cattiveria dei fratelli e la disperazione di lei che si vede privata dell’amato. Dalla tragedia si passa alla lussuria del clero, ben rappresentata nella novella di Ferondo, dove un uomo fin troppo geloso della sua donna sarà ingannato da un abate che non sa contenere i suoi istinti. Non manca anche il tema della fortuna con il personaggio di Gualtieri di Anversa, conte protagonista della terza novella portata in scena ed emblema di quella nobiltà d’animo che si contrappone alla nobiltà meschina. Sprezzante dei giudizi, nella quarta novella, è invece Nastagio degli Onesti, l’innamorato perso di una donna che non ricambia le sue bizzarre attenzioni: sarà l’astuzia di Nastagio e la presenza di paure ancestrali nelle foreste di Ravenna a far ravvedere l’amata. Infine, la quinta novella, una delle più famose dell’opera del fiorentino, è quella dedicata a Ser Ciappelletto, uomo ipocrita e bugiardo, a tal punto da guadagnarsi la santità sulla scia di una serie di menzogne.
Lo spettacolo, pur derivando dall’opera di Boccaccio, non è affatto scevro da legami con la modernità. Le cinque novelle presentate dagli attori, senza una reale soluzione di continuità, attraversano vari temi con il solo scopo di presentare tutte le sfumature dell’animo umano, spesso nella sua parte più ironica e volgare, quella da tener nascosta sotto il tappeto per potersi sentire al sicuro, prima che un evento – magari un ballo – possa rompere l’incantesimo.
Fotoservizio di Francesco Schiavone.


















