
Tra appunti di viaggio e riflessioni, un emozionante concerto incentrato sul disco recentemente pubblicato dal titolo “Sacred Mount”
FASANO – Primo appuntamento in cartellone per Bari in Jazz, la rassegna estiva organizzata con il sostegno del Comune di Fasano in collaborazione con il Teatro Pubblico Pugliese.
Ad esibirsi ieri (21 luglio) nella suggestiva cornice del Minareto silvano, l’ensemble Calixtinus –diretto da Giovannangelo De Gennaro al canto e viella – composto da Giovanni Astorino al violoncello, Leo Binetti al pianoforte, Pippo d’Ambrosio alle percussioni mediorientali, Francesco Di Cristofaro al bansuri, duduk e gaita, Peppe Frana all’oud e robab afgano, Leo Gadaleta al violino e viella, Serena Soccoia al violino, Davide Terenzio alla viola, Sergio Lella al traverso medievale e coro, Nicola Nesta al liuto, oud e chitarra acustica oltre al coro formato da Dario D’Abbicco, Vito Cikappaone Giammarelli e Francesco Regina (arciparafonista).
Un concerto unico, ricco di sfumature emozionali e visive, che ha saputo catturare il pubblico e trascinarlo con mano leggera in un ipotetico viaggio sulle tracce della sacralità, condotto dalla voce narrante del maestro Rocco Capri Chiumarulo.
La scaletta dei brani proposti ha attinto dal nuovo lavoro degli artisti, Sacred Mount. Un disco camminato, impreziosito da racconti e spunti nati da un lungo viaggio, spirituale e di vita.
Deus ex machina di questo progetto Giovannangelo De Gennaro, che si è definito anche cuoco, contadino e marinaio, grazie soprattutto alla sua propensione naturale di esplorare i vari linguaggi e farsi un tutt’uno con l’altro.
Dodici gioielli rubati tra musica medievale e world music, canti gregoriani e musica classica.
A cominciare da Ex eius tuba, che fa riferimento al ratto da parte di baresi delle ossa di san Nicola dalla chiesa di Myra in Turchia da parte dei baresi.
Quindi Hov arek, canto dei contadini propiziatorio alla pioggia composto dall’armeno Padre ‘Vardapet Komitas.
Si continua poi con Epitaffio di Sicilo, antichissimo documento musicale che inneggia al carpe diem oraziano e Canto di Sayyd, in una riscrittura inedita con testo dello stesso De Gennaro su musiche di Gurdjieff/de Hartmann.
A seguire Hindu Melody, già arrangiato dal duo Gurdjieff/De Hartmann e l’omaggio a Battiato, il più mistico dei cantautori italiani, con una personale versione di L’ombra della luce.
E ancora, Gaudens in domino, Huseyni, Krunk (sempre composta da Padre Komitas) e Yedi Kule.
Penultimo brano in scaletta Chera Rafti di Homayoun Shajarian, nella traduzione italiana dal persiano adattata da De Gennaro.
Per l’occasione sul palco è salito il maestro Orazio Saracino che ha diretto l’ensemble per questa primizia. A chiudere Jocundetur e l’unico bis, inneggiando alla fresca libertà conquistata da Patrick Zaki, Hov arek.
Fratellanza. Incontro. Bellezza. E la splendida musica ascoltata questa sera ha chiesto solo di Non domandarmi dove porta la strada, seguila e cammina soltanto.


