
Il prete ripercorre 67 anni donati all’Opera Don Guanella: dalla partenza da Oppido Lucano, con la valigia di cartone del padre, fino al lungo cammino sacerdotale e all’impegno educativo a Fasano. Oggi i suoi 80 anni.
FASANO – Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Don Donato Lioi in occasione del suo 80° compleanno.
“Il 27 settembre compio 80 anni. Quando pronuncio queste parole, mi viene spontaneo fermarmi un momento. Sessantasette anni fa ero soltanto un bambino di 13 anni.
Vita di paese: famiglia, scuola, chiesa, dottrina cristiana, campagna, feste paesane, racconti popolari la sera, al fresco, sulle scale di casa con gli anziani.
Unico maschio in famiglia, ero la speranza del futuro.
Ma una sera il vecchio Arciprete, al termine della Santa Messa, avvicinò la mia famiglia e fece una proposta: mi avrebbe mandato a studiare in un seminario a Roma, nell’Opera Don Guanella, e la retta l’avrebbe pagata lui.
Rimanemmo tutti in silenzio. Grande sorpresa a queste parole. Proprio a noi? Proprio a me? Il prete forse aveva visto in me qualcosa che io ancora non riuscivo a vedere.
Durante la cena se ne parlò. La notte passò in bianco: sorpresa, paura, emozioni e un’infinità di domande che si rincorrevano nel cuore. Bisognava prendere una decisione, dare una risposta.
Fu un «sì» faticoso, sofferto, passato attraverso le lacrime, le paure e i sacrifici.
La mia era una famiglia allargata, nella quale i nonni avevano un ruolo importante; una famiglia semplice, religiosa, contadina, timorata di Dio, ospitale. Grande fu lo stupore quando, poi, tutti in paese vennero a sapere che sarei entrato in seminario. Alcuni paesani, preoccupati, dicevano: «È l’unico figlio maschio e la famiglia come farà senza di lui?».
Settembre è arrivato e si aprono le scuole; per me era il tempo di migrare, il tempo di partire per andare incontro a una nuova avventura.
Ero un bambino di campagna, con i pantaloni alla zuava stretti in vita con lo spago, le scarpe sempre sporche di terra e le ginocchia impolverate, ma con un cervello fine e la testa piena di sogni.
L’asino, la mia Ferrari, e il maiale, accuditi in casa, erano parte della famiglia. Mi bastava poco per essere felice: una corsa nei campi, una palla di pezza, gli amici, il tempo, andare a prendere l’acqua alla fontana, il rumore degli animali che la mattina e la sera risuonava sul selciato, il passo lento di chi andava in campagna, il muggito lontano, il canto del gallo a chiamare il giorno, il sole che tramontava dietro le case.
Erano giorni semplici, ma pieni di vita, ricordi che ancora oggi porto dentro di me come un profumo che il tempo non è riuscito a cancellare.
Allora perché partire? Non c’era una spiegazione; solo dopo ho riconosciuto che quella era la mia strada.
Inizi del mese di settembre: la mamma, con le lacrime agli occhi, prepara la valigia di cartone: quella di papà, la stessa che tanti anni prima era servita per accompagnarlo in guerra.
Quella povera valigia, consumata dal tempo e carica di memoria, raccoglie con trepidazione le poche cose necessarie per il nuovo cammino.
Appuntamento alle ore 6.00 in piazza per aspettare il pullman per Potenza.
Un lungo saluto ai nonni, ai parenti, alle sorelle, ai compagni di scuola, al vecchio maestro, all’Arciprete, alla mamma…
«Ricordati che nella valigia c’è il pane, il salame…» e «Figlio mio, la Madonna ti accompagni».
Partire è un po’ morire. Per me era tutto come un sogno. Ma pensavo, in quel vagone del treno con i sedili di legno: a chi chiedere il perché di tutto questo? O chi ne conosceva il finale?
Un lungo viaggio, faticoso, che attraversa l’intera giornata: Potenza, Battipaglia, Roma, Velletri.
Due persone in cammino: un padre, invalido di guerra, analfabeta, e un figlio disorientato.
Davanti, un labirinto… Il filo sono state tutte quelle persone che gentilmente ci hanno indicato la strada giusta.
Finalmente, dopo la mezzanotte, con un tempo da lupi, siamo arrivati a Velletri; sotto una pioggia torrenziale abbiamo suonato il campanello. Venne un sacerdote ad aprirci, tutto alterato per l’ora di arrivo.
Poi le parole più tristi mai sentite nella mia vita: «Tu puoi entrare, tuo padre no!».
Ma… sotto la pioggia, dove deve andare a quest’ora?
Rispose: «Gli ordini sono ordini».
Questa parola mi è rimasta nella memoria, una parola fredda, senza possibilità di dialogo.
Mi assegnò un letto. Tanti pensieri quella notte hanno attraversato la mente: avevo lasciato alle spalle la casa, la famiglia, le sorelle, gli affetti più cari, la campagna…
E finalmente, la mattina presto, qualcuno mi svegliò.
Venne mio padre, ancora più curvo sotto il peso dell’invalidità, e in disparte mi raccontò la triste avventura di quella notte piovosa, notte passata in un paese sconosciuto.
Poi mi disse: «Figlio mio, dopo ieri sera, se vuoi puoi ritornare con me al paese, nella nostra famiglia, dove l’ospitalità è sacra».
Diventai triste anch’io, pensieroso; lasciare tutto, ritornare come gli altri…
Mio padre capì, mi lasciò libero e gli dissi: «Papà, resto fino a Natale e vediamo come va».
Dopo Velletri, continuai con Roma, Anzano del Parco, Barza d’Ispra, Chiavenna, Vellai di Feltre e poi ancora Roma, per terminare gli studi teologici.
Intanto, giorno dopo giorno, passo dopo passo, la strada verso il sacerdozio diventava sempre più luminosa.
Oppido Lucano, piccolo paese della Basilicata, è una comunità ricca di tradizioni, fede e valori umani. Terra semplice e laboriosa. Ha visto nascere anche importanti vocazioni. Tra queste, due sacerdoti e un fratello laico hanno scelto di dedicare la propria vita all’Opera Don Guanella.
Era il 23 dicembre del 1973; quel giorno nevicava.
In chiesa, con l’arcivescovo di Acerenza, Mons. Giuseppe Vario, c’erano mio padre e mia madre, la mia famiglia, i parenti e tantissimi compaesani.
Fui consacrato sacerdote.
La neve cadeva fuori, ma nel mio cuore ardeva un fuoco: il desiderio di donare tutta la mia vita a Dio e ai fratelli.
Prima obbedienza: Fasano per un anno, poi la Sicilia, a Naro di Agrigento per 25 anni; in seguito in Campania, a Napoli-Miano, per un anno; poi ancora la Sicilia; nel 1985 ancora a Fasano.
In questa Casa prende forma il Nuovo Progetto Educativo Guanelliano.
Il Regolamento Regionale della Puglia sui minori del 18 gennaio 2007 n. 4 definisce requisiti, autorizzazioni, adeguamento delle strutture e standard. Questa nuova normativa diede inizio all’adeguamento della nostra struttura per la creazione delle Comunità educative e della Comunità Educativa integrata.
Anni di aggiornamento e formazione hanno consolidato le competenze degli operatori, rafforzandone la capacità di svolgere con efficacia l’opera educativa.
Tutto quello che è stato creato è davanti agli occhi di tutti. Tutti ne sono stati protagonisti o benefattori; ricordo in modo particolare i confratelli della Casa, i Superiori per il loro sostegno, i professionisti, gli operatori, il personale ausiliario, gli ex allievi, i Cooperatori, i Parrocchiani e il parroco di Torre Canne, i fedeli del Santuario di Pozzo Faceto, il Sindaco e il Comune di Fasano, don Pasquale Tinelli, insigne benefattore, i fasanesi.
Un esercito di persone al servizio del Carisma dell’Opera Don Guanella: «Pane e Signore».
Oggi c’è ancora molto da fare; il testimone della Carità è passato ad altri che, sulle orme dei due Fondatori e maestri, Mons. Sante Perna e San Luigi Guanella, saranno più preparati e adeguati a dare una risposta alle nuove povertà che avanzano.
Oggi, guardandomi indietro, rivedo quel bambino con i pantaloni alla zuava, legati in vita con lo spago, le scarpe sporche di terra e la curiosità di capire il mondo.
L’asino, il maiale, il gallo, le galline, i pulcini, così come tutte le persone incontrate lungo il cammino, facevano parte della mia nuova famiglia.
Forse alcuni viaggi non hanno un vero finale, hanno soltanto un passaggio di testimone. Così è stato.
Interrompere oggi ciò che è stato costruito con sacrificio nel passato significa tradire non solo il passato, ma anche il futuro.
Per i successori: continuare, rilanciare, aggiornare e lasciare a chi verrà dopo qualcosa di ancora più grande.
Un appello.
Cari giovani, il «dopo Don Donato», il «dopo di noi preti anziani», interpella anche voi.
Non abbiate paura: prendete il largo, gettate le reti, passate all’altra riva.
Poter chiudere gli occhi e sentire che si alza un coro di voci giovani: «Sì, Signore! Eccomi! Manda me».
Questo è il regalo più bello.
Ringrazio tutti.
Ringrazio per la vostra pazienza e comprensione che avete avuto nei miei riguardi.
Grazie anche per gli auguri e buon lavoro a voi, operai della seconda ora.
Un grazie sincero alla Redazione di GoFasano.
Don Donato Lioi”





