“Rendere viva la memoria”, Lectio Magistralis in ricordo di Primo Levi

Cultura e Spettacolo Secondo Piano

Ieri sera alla Sala di Rappresentanza del Comune di Fasano

“Dobbiamo cercare di riportare il risultato delle nostre riflessioni al presente” è l’invito della presidente del Presidio del Libro di Fasano Annamaria Toma che ha aperto così la lectio magistralis del prof. Ferdinando Pappalardo dell’Università di Bari.

Il centenario della nascita di Primo Levi è stata anche un’occasione per parlare dei problemi attuali relativi al negazionismo e all’indifferenza circa le vicende del Mediterraneo che la Toma non ha potuto che definire “il nostro campo di sterminio”.

La parola è passata poi al professor Pappalardo, docente di letteratura italiana, che ha celebrato la figura di Primo Levi come una delle più importanti del secondo ‘900, testimone diretto dell’orrore della Shoah.

Nato a Torino, Primo Levi consegue la maturità classica per poi proseguire gli studi in chimica. Dopo le prime esperienze lavorative partecipa clandestinamente al Partito d’Azione di stampo antifascista ma finisce per essere catturato. Viene condotto a Fossoli e infine deportato nel campo di lavoro di Buna-Monowitz.

Al campo riesce a sopravvivere grazie a una serie di circostanze fortunate: il lavoro nello stabilimento chimico del campo evita a Levi freddo e fame; la scarlattina e il successivo ricovero gli evitano la “marcia della morte” da Auschwitz a cui invece saranno destinati i suoi amici.

Dopo la liberazione del campo di Auschwitz trascorre mesi travagliati in giro per l’Europa – esperienza raccontata ne La tregua – per poi far ritorno in Italia.

Levi da questa esperienza ne esce distrutto fisicamente e psicologicamente e sono proprio questi i germi della sua opera principale Se questo è un uomo, la principale testimonianza dello scrittore torinese della Shoah nonostante, come ricorda Pappalardo, l’esperienza del lager sia evocata in molti altri racconti.

L’opera, il cui titolo fu suggerito dall’amico scrittore Franco Antonicelli, servì a Levi per cominciare a raccontare, anche a nome degli scomparsi, quelli che lui definisce “sommersi”, per evitare che la tragedia venisse dimenticata.

Levi non si limita a descrivere la struttura del campo e la gerarchia vigente che spesso portava le vittime a diventare aguzzini, ma anche le condizioni di lavoro e il trattamento riservato ai prigionieri. Di particolare importanza per il prof. Pappalardo è stato il passaggio legato allo studio del Ventiseiesimo canto dell’Inferno che Levi insegnò all’amico Jean Samuel.

“Non di certo una maniera semplice di insegnare l’italiano” – spiega Pappalardo – “quanto un modo per non perdere la propria umanità” ricordando il passaggio della virtute e della canoscenza perseguita da Ulisse e i propri compagni.

Dopo la lettura di alcuni passaggi de I sommersi e i salvati, l’opera ultima di Levi, Pappalardo ha passato in rassegna la differenza fra chi tace, chi cioè prova un senso di colpa che gli impedisce di parlare, e chi racconta per esorcizzare il male vissuto. Ed è un punto su cui Levi si focalizza non senza critiche nei confronti di molti sopravvissuti come Jean Améry che invece hanno “estetizzato la sofferenza”, quasi a voler sembrare privilegiati per il solo fatto di esser sopravvissuti.

Al centro del suo ultimo saggio il problema del “male” e della “colpa”. Il primo forse è intrinseco nella natura umana o è dovuto solo a particolari momenti storici, la seconda è intesa come viltà di molti, sia dei tedeschi che “sapevano ma non parlavano” sia dei gerarchi nazisti che durante i processi dicevano di aver solo obbedito agli ordini.

E infine Levi verrà tormentato dal pensiero che i buoni siano fra i “sommersi”, fra coloro che sono rimasti al campo, e non fra i “salvati”, in un profondo senso di colpa che si trascinerà fino al momento del suicidio, avvenuto nel 1987, un anno dopo la pubblicazione della sua ultima opera.

Una vita sofferta da parte dello scrittore torinese che spesso, come ricorda il professore, si chiedeva se l’Olocausto sarebbe mai potuto avvenire nuovamente. “La risposta purtroppo è sì” – ha affermato Pappalardo – “lo abbiamo visto con i Khmer rossi in Cambogia, con gli Hutu e i Tutsi in Ruanda, con la pulizia etnica nell’ex-Jugoslavia, seppur non con la stessa entità della Shoah.”

L’incontro si è poi concluso con i saluti della Toma e i ringraziamenti per la presenza di docenti ma soprattutto di studenti, coloro che devono cercare di mantener viva la memoria in questi tempi.

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